Al pacino il dr morte You don’t know Jack - Nessuno è perfetto:Malattie e Disturbi Mentali

Vai ai contenuti

Menu principale:








Al pacino il dr morte You don’t know Jack

CAMPAGNE D'INFORMAZIONE



You don’t know Jack, “il dottor Morte”


You don’t know Jack ripercorre la storia del medico statunitense di origine armena Jack Kevorkian (1928), soprannominato “il dottor Morte” per la sua attività a favore dell’eutanasia.
Quali sarebbero i vostri pensieri se qualcuno sostenesse che la schiavitù è un fatto del tutto naturale e chi la combatte mette a rischio la struttura sociale? Che il geocentrismo è una verità stabilita dalle più antiche scritture umane e i suoi avversari vanno messi in galera? Che le donne sono biologicamente e culturalmente inferiori agli uomini? Che bisogna praticare gli interventi chirurgici senza alcuna anestesia perché è una pratica contro natura? Probabilmente pensereste che chi difende simili convinzioni è un matto oppure un eccentrico o un fanatico. E lo pensereste perché la coscienza sociale e culturale ha accolto da tempo le tesi opposte: che la schiavitù è inaccettabile, che il geocentrismo è un’illusione percettiva, che non somministrare degli anestetici mentre si apre il corpo di qualcuno sarebbe un atto di semplice ferocia. E tuttavia queste evidenze hanno dovuto aspettare secoli per essere accolte, mentre le opinioni opposte sono state giudicate per millenni delle verità assolute. Il cambiamento di un paradigma è di per sé rivoluzionario e segna l’inizio di una nuova epoca in cui quanto prima era considerato ovvio diviene obsoleto e quanto prima era avvertito come scandaloso diviene ovvio.

Jack ne è consapevole. Rivolgendosi alla sorella Margie che lo sostiene sin dall’inizio afferma che ciò che si accingono a compiere è rivoluzionario e aggiunge: «Conosci una parola migliore di “rivoluzionario”?». In tal caso non è soltanto la più giusta ma anche quella che più di ogni altra indica la portata dell’atto sotteso che non può che evolvere attraverso la rivolta contro le leggi, il sacrificio, la condanna e il discredito. E Jack, nella sua personalità equanime e persino “risolta”, rimanda a un nuovo Socrate che beve la cicuta non perché condivida la pena ma perché disposto a combattere, sino in fondo alla morte, affinché l’accusa non sia più considerata reato. E non scappa. Il fine più alto, le cui radici affondano sempre nel vissuto di chi si fa eroe cosmico-storico, merita perciò che la sfida avvenga nel modo più clamoroso possibile. Jack racconta che la madre, malata terminale, volle fargli capire come stesse, invitandolo a immaginare il peggior mal di denti del mondo e di estendere il dolore a ogni ritaglio di corpo. Mentre lei avrebbe voluto porre fine all’infinito tormento, i medici le somministravano i più artificiali rimedi per far sopravvivere la tortura vivente che era diventata. Anche dalla sensazione di impotenza verso la madre ebbe origine il coraggio con cui questo sostenitore del valore della vita umana ha pagato di persona -con otto anni di carcere- la propria opera di pietà verso chi gli chiedeva di aiutarlo a porre fine a delle sofferenze ormai insensate. Insensate come il sadismo di chi si ostina a ritenere irrilevante per la persona il dolore che prova.


Barry Levinson
You Don’t Know Jack
USA, 2010
Con: Al Pacino, Brenda Vaccaro, Danny Huston, John Goodman, Susan Sarandon.


Il film è girato con la consueta abilità da Barry Levinson ed è interpretato in modo mirabile da un Al Pacino che dell’anziano medico non riproduce soltanto le fattezze, i movimenti, il carattere ma trasmette anche l’anima.
Lo spettatore non si sente preda smarrita e passiva del punto di vista del regista, perché chi non ha ancora una propria idea al riguardo capisce persino l’orrore provato da chi prende posizione contro Jack, pur non potendone condividere i modi brutali e il moralismo becero sostenuto da slogan scontati a favore della vita e contro l’omicidio. Eppure già con l’eutanasia della prima paziente, Janet Adkins, affetta dal morbo di Alzheimer, ognuno è costretto alla messa in discussione perché la riflessione lo impone. Si vede la donna camminare al fianco del marito. Intorno la natura silenziosa, un paesaggio quasi onirico nella sua calma grandezza e bellezza, la cui visione basterebbe a far desistere il più convinto suicida, a fargli ancora desiderare la vita, gioendo delle forme multicolori della Terra di cui l’occhio gode e in cui lo sguardo si bea. Eppure Janet si dirige senza alcuna incertezza verso il camioncino nascosto tra gli alberi, dove Jack le “somministrerà” la morte. Bacia il marito, quasi appassionatamente. Si sdraia. Vedendola agire vien da pensare che non si tratti di suicidio, forse è qualcosa di più o di meno. I pazienti del dottor Morte non uccidono se stessi, infatti, ma proteggono quel che sono dal divenire ciò che non sono o dall’odio –che il dolore fisico a certi livelli quasi impone- per ciò che potentemente amano: la vita. Janet, sdraiata e in attesa, parla del giardiniere che verrà il giovedì a piantare delle calendule in giardino. Questo tra gli ultimi pensieri. Il tempo degli altri, il tempo che scorre, che cura, che semina, che opera ancora. Il suo tempo però è lì che finisce, pregno del suo esser se stessa e degno ancora di esser pensato, vissuto e percepito. E quando Jack le sussurra che non lo offenderebbe se decidesse di fermarsi, lei risponde: «Mi dica quando azionare l’interruttore».

Ecco, la speranza è che tra qualche tempo l’eutanasia ottenga lo statuto di normale evidenza e che la sua condanna appaia come qualcosa di bizzarro e contro natura. Eutanasia, infatti, significa “buona morte”. Se la morte è inevitabile, rientra però nel potere umano renderla quanto meno dolorosa possibile. Il diritto dell’individuo al dominio di se stesso -e quindi del corpo in cui consiste- rappresenta il principio più semplice e davvero lampante di un mondo civile e sereno, per quanto sereno può essere l’umano. Il fondamento di tale principio sta nel fatto che nessuno ha chiesto alla persona di essere messa al mondo, un mondo di bellezza ma anche di sofferenza, e il diritto di stabilire quando e come lasciarlo costituisce il compenso dovuto a tale violenza. Nessuno deve decidere per un altro: né medici, né familiari, né i pubblici poteri. La sfera della propria vita e della propria morte è talmente delicata da dover essere lasciata alla meditazione e alla decisione del suo portatore.

Ma infondo, questo è solo un mio pensiero..."
F.L.

 








Torna ai contenuti | Torna al menu