Associazione Nessuno è perfetto:Malattie e Disturbi Mentali


Vai ai contenuti

Menu principale:




Ricerca personalizzata




DISTURBO AUTISTICO

PSICHIATRIA INFANTILE > DISTURBI PERVASIVI DELLO SVILUPPO


AUTISMO
LA TERAPIA CON IL GENITORE OMOLOGO E L'AZIONE TERAPEUTICA DEL GENITORE OMOLOGO
NEL TRATTAMENTO DI UN FIGLIO AUTISTICO:
COME SI ASSUME IN CARICO LA SITUAZIONE, COME SI IMPOSTA IL TRATTAMENTO E SU QUALI PARAMETRI SI BASA LA SUA DURATA


  • LA TERAPIA CON IL GENITORE OMOLOGO E L'AZIONE TERAPEUTICA DEL GENITORE OMOLOGO

Quando c'è un figlio problematico in famiglia i genitori, com'è ovvio, tendono a ricorrere agli esperti per risolvere il problema che avvertono nel figlio.
Ma le difficoltà sono molte e, prima fra tutte, quella data dal sentimento di impotenza ad affrontare la situazione, che -come vedremo- trasmette loro il figlio stesso.
Parliamo di psicosi, di una malattia spesso mascherata dietro una apparente normalità, se non quando gli effetti sono così evidenti che non possono più essere giustificati. Ma anche quando i genitori riescono a rivolgersi a un esperto, l'intervento il più delle volte si scontra con gli effetti esterni della psicosi. Per esempio se ne fa una questione di apprendimento, o di aggressività, o di difficoltà di socializzazione. Sono solo effetti molto lontani dalla vera origine della malattia.
Giungere alla base del problema è infatti ben altra cosa. Occorre arrivare al blocco delle emozioni, rimuovere quell'anestesia del sentimento che il soggetto, in un determinato momento della sua vita ha messo in atto per difesa, quando cioè in circostanze per lui troppo dolorose e prolungate, rispetto alla sua capacità di sopportazione, ha rinunciato a utilizzare la sua sensibilità emotiva.
Ecco perché sono particolarmente rischiose le vicende avvenute durante i primi anni, addirittura i primi mesi di vita, quando il dolore emotivo è percepito praticamente senza filtri. La conseguenza è una visione della realtà su basi prevalentemente razionali, prive di un sufficiente apporto emotivo.
Quello che abbiamo sperimentato, e sperimentiamo ogni giorno, è la capacità che solo i genitori hanno di aggredire la malattia, nel senso che soltanto essi, e in modo specifico il genitore omologo, possono intervenire per risolvere il problema alla base, là dove la malattia ha raggelato, utilizzando il canale emotivo che lega ogni figlio al suo genitore omologo.
Solo il genitore dello stesso sesso, colui che (in quanto il più simile a lui, con lui ha stabilito fin dall'origine il più grande rapporto d'amore possibile) può risvegliare la sensibilità emotiva nella personalità del figlio e riportarvi l'equilibrio fra la parte razionale e la parte affettiva. La malattia mentale o, come ormai più correttamente si dice, il disturbo della personalità è infatti provocato dal ritiro del soggetto dalla sensibilità affettiva. Diventa una persona mutilata, che deve sopperire alla mutilazione con le sole facoltà razionali, spesso geniali, mai però sufficienti a garantire una vita equilibrata.

  • COME SI ASSUME IN CARICO LA SITUAZIONE

Quando una coppia di genitori arriva a noi chiedendoci di intervenire è mossa da tutta una serie di comportamenti del figlio, non solo allarmanti ma anche di difficile gestione. In genere ha già effettuato i soliti tentativi di tipo didattico e psicoterapeutico, motivati all'inizio dallo scarso rendimento scolastico, da una diagnosi di ritardo mentale o dalle difficoltà di socializzazione segnalate dagli insegnanti.
Parla di circostanze del tipo: oggi ha acquisito un concetto e domani lo ha già perso; oppure: in vacanza ha dovuto reimparare le tabelline con noi perché le aveva dimenticate; ora le sa, ma per quanto se le ricorderà? O ancora: non ricorda i nomi; a casa sa la lezione, poi a scuola prende un brutto voto; non riesce a parlare durante le interrogazioni, è bloccato. Per molti bambini sembra infatti che la caratteristica principale sia la difficoltà ad apprendere, ma non dovuta a carenze di capacità razionali, bensì alla difficoltà di concentrazione, di comunicazione, di conservazione della memoria.
D'altra parte queste sono caratteristiche proprie della malattia. In assenza di investimento emotivo tutto sfuma, c'è un'oggettiva fatica a fare esperienza, quindi ad imparare. Talvolta la scuola cerca di sopperire affiancando al ragazzo un insegnante apposito, quello chiamato di "sostegno". Spesso, soprattutto se manca degli strumenti necessari per incidere sulle vere cause, mantiene il senso di incapacità e squalifica del ragazzo.
Il disagio del figlio viene particolarmente evidenziato in occasione dell'inserimento nel sistema scolastico. Man mano, si aggiungono diagnosi e interventi terapeutici di vario tipo. Diventa costante la necessità del "sostegno". In altri casi a tutto ciò si aggancia, o si sostituisce, un comportamento aggressivo in casa o a scuola. Talvolta infatti anche se a scuola il rendimento è buono, mediamente, raccontano di episodi di violenza nei confronti dei genitori, aggressioni anche con oggetti, violenza sugli oggetti e su persone, in particolar modo su qualche fratello, o sorella, o verso i compagni di scuola e persino contro gli insegnanti.
Basta una contrarietà o il mancato rispetto accidentale di qualche suo rigido rituale di comportamento, per scatenare una furia violenta. Non si attiene alle regole sociali e scolastiche, ovvero, all'opposto, subisce punizioni o iniziative degli insegnanti da lui ritenute degradanti, senza comunicarlo ai genitori, salvo poi scaricare la rabbia in famiglia con azioni del tutto immotivate.
Il filo conduttore di un simile modo di agire è il senso di incapacità e di impotenza ad affrontare, utilizzando la sola facoltà razionale, il mondo circostante con tutti i problemi anche emotivi che comporta. Questo viene molto ben evidenziato dal rifiuto, specie del contatto fisico, con il genitore omologo, e dalla necessità di schematizzare razionalmente all'inverosimile il proprio comportamento.
Il suo isolamento emotivo, è percepito dal genitore come rifiuto della propria persona da parte del figlio. Il genitore ha la sensazione che la comunicazione non passi, che ci sia un muro fra sè e il figlio. Dice: "Non saluta, non si lascia abbracciare, non dà confidenza, non chiede mai"; "Vive in un mondo tutto suo". "Ci chiediamo: ci vuole bene o non sa nemmeno che ci siamo?"
In alcuni casi questo si traduce in un isolamento fisico dagli altri. Ma anche succede il contrario: spesso i bambini, le bambine psicotici hanno molti "amici" (tra virgolette), sembrano molto socievoli, in quanto il distacco emotivo può essere molto ben mascherato agli altri. Nel primo caso il ragazzo mette una barriera fatta di musica, di televisione, di libri, di indifferenza, di comportamenti rigidi e ripetitivi, rispetto ai fatti che succedono, persino alle sensazioni fisiche, come la temperatura ambientale. In lui l'anestesia si esprime in una forma di impassibilità, di non partecipazione agli eventi circostanti.
Nel secondo caso, sotto un'apparente normalità, c'è una pericolosa incapacità a valutare il rischio, un atteggiamento di incoscienza che sembra una sfida continua alla morte, e sovente all'origine di incidenti anche gravi. Qui l'anestesia è manifestata dalla perdita di quei segnalatori del limite, del pericolo, tipici della componente emotiva. L'area affettiva viene a trovarsi come atrofizzata, facendo mancare perfino la percezione dei rischi che corre la stessa propria vita.
Del resto l'amore fa desiderare di vivere, e non solo mette in evidenza ciò che eventualmente può minacciare la propria esistenza, ma conserva la memoria di informazioni e di esperienze sui possibili rischi, cui attingere allorché situazioni simili si presentano. Tipico è l'atteggiamento verso i principi dell'igiene. Ogni bambino impara presto che tenersi pulito è importante per mantenersi in buona salute.
Negli psicotici si passa da una indifferenza pressocché totale per la pulizia - e infatti sono spesso bisognosi di un buon bagno - alla cura maniacale della propria persona secondo un rituale ripetitivo (salvo poi bere o mangiare con la massima indifferenza la prima cosa che capita, indipendentemente dalle sue condizioni igieniche).
Quando viene meno il sentimento dell'amore, inoltre, anche l'interesse per la vita si riduce. Ma che fine ha fatto il sentimento nello psicotico? Anche se anestetizzato e quindi represso, il mondo emotivo dello psicotico esiste. Egli infatti è come se lo collocasse fuori di sè, e quindi ne sembra privo. Ma in realtà c'è, anche se messo in prigione perché disturba troppo, tanto è vero che si manifesta anche proprio come "voci" che arrivano "da fuori". Che cosa c'è nei sentimenti imprigionati dalla anestesia emotiva?
Prima di tutto l'amore, un amore sconfinato per il genitore, e paura, ma paura di che cosa? Paura di averlo perso irrimediabilmente. Quindi c'è amore, c'è paura di aver perso per sempre il genitore, pertanto c'è quel sentimento che definiamo efficacemente quando diciamo "che ci sembra che il mondo ci stia crollando addosso".
E' sì panico per la perdita considerata irreparabile, ma anche dolore, un dolore immenso, inconsolabile, incontenibile, un dolore tanto più grande quanto grande è l'amore per il genitore che si teme di aver perso. Quindi l'anestesia serve, perché si teme di morire di quel dolore. Ma con l'instaurarsi dell'anestesia, il bambino si rende conto anche del danno che provoca a se stesso.
Da qui nasce un sentimento di colpa altrettanto insopportabile, perché è colpa per essersi deprivato di ciò che dà senso alla vita, che è la ragione stessa della vita.
Dunque nella prigione dell'anestesia troviamo: amore, paura di perdita, dolore smisurato e colpa altrettanto smisurata. Ecco dove s'incontra l'ostacolo maggiore al recupero di una persona psicotica: la difficoltà nasce dalle conseguenze che si avrebbero rimuovendo l'anestesia del sentimento.
Per questo invitiamo i colleghi a non provare nemmeno a togliere l'anestesia (ammesso che ci riescano: infatti è impossibile, ma il tentativo di farlo è, come si comprende, piuttosto controindicato, per le reazioni di panico che produce).
Chi può intervenire senza produrre danni? L'unica persona ammessa nella "prigione dell'anestesia" è il genitore omologo, colui con il quale ognuno di noi sperimenta il suo primo, grande, indimenticabile amore. Ma come agisce il suo intervento? Non certo togliendo la capacità di anestesia, ma risvegliando la capacità d'amore.
Sembra una contraddizione, ma in realtà con il genitore omologo lo psicotico realizza proprio questo: riesce a essere con lui in un rapporto d'amore, quindi a manifestare la propria affettività, senza per questo rinunciare all'anestesia del sentimento che lo protegge dalla sofferenza emotiva. Infatti soltanto nel rapporto primario egli può ritrovarsi nella situazione protetta dei primi giorni di vita, e quindi può recuperare la dimensione affettive "all'interno" di uno spazio noto, in cui non ci sono rischi.
Il recupero avviene tuttavia tanto più lentamente, quanto più è diventata cronica la sua patologia. Egli infatti manifesta il suo rifiuto anche, e soprattutto, nei confronti del genitore omologo poiché sa bene come solo con lui può aprirsi la porta dell'affettività, e con essa quella della sensibilità alla sofferenza. E' un rifiuto molto particolare, poiché rivela tutta la sua immensa richiesta d'amore, il suo bisogno di essere amato che nello psicotico assume la dimensione di una voragine.
Proprio per questa sua caratteristica di pozzo senza fondo, ha un po' dell'orrido, sui cui bordi si prova una vera e propria vertigine di attrazione e repulsione (vedansi i fiumi di inchiostro scritti sull' "amore e odio"), e quindi è comprensibile che lo psicotico reprima tutto ciò, lo censuri pesantemente.
Ma quanto maggiori sono il rifiuto, la censura, la repressione, tanto più grande è l'amore che deve essere rifiutato, censurato, represso, poiché matrice di una proporzionale sensibilità emotiva al dolore che, nella fattispecie, si riassume nella paura di vedere venir meno il rapporto in cui quell'immenso amore medesimo è stato sperimentato per la prima volta, vale a dire il rapporto d'amore con il genitore omologo. Tutti questi contenuti patologici passano, per induzione, ai genitori (e non solo: ma qui ci occupiamo soprattutto di genitori), i quali, specie quello di sesso opposto, li "agiscono". Il genitore altro finisce così per comportarsi come se nutrisse egli amore e odio verso il proprio coniuge (il genitore omologo) al posto del figlio disturbato.
Diventa chiaro ora il motivo per cui ogni situazione viene da noi assunta in carico sempre e solo attraverso i genitori. Essi soli hanno intanto la capacità di guarire il figlio disturbato, e inoltre, attraverso il genitore "altro", arrivano tutte le informazioni indispensabili sul figlio disturbato, attraverso i contenuti da quello "agiti" al posto del figlio stesso, in modo alquanto più esplicito di come potrebbe il figlio disturbato medesimo.
Con la coppia dei genitori si fanno una serie di incontri preliminari finché diventa sufficientemente chiara la situazione psicotica del figlio, e si rendano conto degli effetti devastanti che hanno sul loro rapporto le induzioni psicotiche provenienti dalla malattia del figlio.
I genitori ricorrentemente si colpevolizzano definendo la condizione del figlio una conseguenza del loro cattivo rapporto di coppia, mentre il rapporto di coppia è tale perché rispecchia i sentimenti censurati e i comportamenti deviati del figlio psicotico.
C'è molta incredulità rispetto a questo, e si ode sovente dire da un coniuge riferito all'altro: "Egli ( o ella) dice che siamo noi ad avere i problemi, non nostro figlio o figlia"; oppure: "In seduta si fa un lavoro, a casa mia moglie (o mio marito) con il suo comportamento distrugge tutto, è lei (o lui) che ha problemi, non nostro figlio (o figlia)". Capita dunque che un genitore, o entrambi, tendano a giustificare il figlio malato, agendo la sua razionale necessità di apparire normale, e spostino il problema sul coniuge o sul rapporto di coppia. Pure ricorrente è la squalifica reciproca, come se nella coppia uno dei due fosse un incapace: in effetti è il figlio psicotico che si sente incapace a utilizzare il sentimento, e per questo si sente pure in colpa per essersi privato del rapporto d'amore con il genitore omologo.
Altro elemento ricorrente è la gelosia (invidia), con il conseguente tradimento temuto: il figlio psicotico non capisce perché mai i genitori debbano occuparsi proprio di lui, perché non si rende conto - essendo privo delle antenne emotive - di essere circondato da tante persone che gli vogliono bene. E' invidioso di tutti coloro che, secondo lui, ricevono attenzioni (o regali che per lui sono la stessa cosa) da parte di chicchessia, e naturalmente in particolare del genitore omologo. Questa invidia, quando viene agita dal genitore altro, si traduce in gelosia, cioè nel sentirsi ingannato o tradito da un coniuge che fingerebbe di occuparsi di lui ma che in realtà per lui non avrebbe alcun interesse.
La gelosia dunque è piuttosto un sentimento di indignazione di fronte a un inganno vero o presunto. L'invidia invece è il voler avere per sè solo quello che viene attribuito ad altri. Infatti il figlio psicotico fa di tutto per attirare l'attenzione su di sè; per ottenere le cure degli altri, cerca di sedurli con tutti i mezzi, non tanto perché gli interessa quella determinata persona, quanto perché vuole che quella persona si occupi di lui solo e non di altri. Ottenuto lo scopo, perde immediatamente l'interesse e passa a cercare l'attenzione di altri. E' tipico, in questo, l'effetto dirompente dovuto al suo modo di procedere, che divide le persone e le mette una contro l'altra. Questo modo di fare non è dovuto a una programmazione diabolica (anche se ha ispirato questa interpretazione), ma al bisogno di recuperare il rapporto primario, che egli traduce nel possesso fisico della persona, o per lo meno in quello esclusivo della sua attenzione.
Per quante persone però lo psicotico possa conquistare, non troverà mai nessuno in grado di soddisfare la sua aspettativa, che è e rimane esclusivamente quella di recuperare il rapporto d'amore con il proprio genitore. La considerazione ricorrente che la separazione di una coppia ha causato la malattia del figlio viene smentita dalla nostra esperienza, che ci mostra come, in molti casi, avvenga proprio il contrario: la coppia si separa o rischia la separazione proprio sotto indizione psicotica del figlio.
Ne è la prova osservare come, alla guarigione del figlio, la coppia si rinsaldi.

  • COME SI IMPOSTA IL TRATTAMENTO

Il primo passo da fare per la guarigione di un minore malato di mente è quello di far sì che i coniugi dispongano delle risorse che possiedono in quanto coppia, cioè di quello scambio emotivo profondo che li unisce, per coalizzare le proprie forze contro la malattia. Se in questione è una figlia, la moglie avrà il peso emotivo maggiore, e al marito toccherà darle sostegno e aiuto. Analogamente sarà nel caso contrario. Se la coppia non riesce a coalizzarsi, il lavoro si complica notevolmente, quindi occorre eliminare quello spazio di divisione e contrapposizione che la psicosi nel frattempo riesce quasi sempre a inserire fra loro.
Così pure è indispensabile, per la riuscita del trattamento, che i genitori accettino di "vedere" la malattia del figlio, rompendo quella tendenza indotta dalla patologia ad agire la paura di scoprire la realtà, dando un alone di normalità a fatti o comportamenti che di normale non hanno niente.
Lo scopo del lavoro nelle sedute di coppia, non è pertanto il presunto risanamento del rapporto di coppia, ma quello di dare la possibilità ai genitori di acquisire una strumentazione psicanalitica, indispensabile per leggere i comportamenti e le manifestazioni patologiche del figlio malato, e permettere così al genitore omologo di accedere alla porta serrata dei sentimenti del figlio.
Aprire questa porta significa mettere in movimento l'amore nella sua complessità, nell'aspetto di forza, di conforto e sostegno, ma pure nell'aspetto di dolore e sofferenza. Solo il genitore omologo ha la possibilità, sostenendo con il benessere dell'amore, di allentare la difesa nei confronti del dolore, di quello stesso che ha causato il gelo emotivo e tutta quella costruzione razionale di sopravvivenza patologica.
Con uno psicotico in casa, poi, è facile avere problemi di memoria, amnesie, fatica a ricordare nomi, episodi e date, la percezione del reale: i ricordi sfuggono e sovente sono deformati. Per questo motivo durante le sedute si fa un ripetuto lavoro di recupero dei fatti successi, recenti e passati, sia per ricostruire la storia del ragazzo in questione, individuando dove può essersi instaurata la causa della psicosi, sia per recuperare una visione obiettiva dei fatti medesimi.
A tale proposito si raccolgono i dati precedenti, utili per un'anamnesi, si fa una rilettura della documentazione esistente - medica, psicologica, scolastica - e chiediamo ai genitori di tenere il diario, con l'annotazione del giorno e dell'ora, dei fatti, relativi al figlio malato, ritenuti più significativi tra una seduta e l'altra. Con questa cronaca diventa possibile per i genitori mantenere più saldamente il rapporto con la realtà dei fatti che succedono, effettuare confronti a distanza di tempo, registrare i comportamenti ripetitivi, riscontrarne la permanenza, l'intensità e la loro eventuale trasformazione, seguendo così gli sviluppi e i cambiamenti osservabili nel ragazzo giorno dopo giorno.
Le sedute con i genitori hanno cadenza quindicinale. Si prevedono tuttavia varie ipotesi.
1. Se fin da subito si verificano evidenti cambiamenti nel comportamento del figlio, sia a scuola che in famiglia, si prosegue con questa sola modalità.
2. Se il cambiamento tarda ad arrivare, ma non ci sono particolari interferenze nel rapporto primario (quali per esempio presenza di insegnanti che si prestano a ruolo di vice genitore, presenza a scuola di un insegnante di sostegno in difficoltà), si effettuano, oltre alle sedute quindicinali dei genitori, incontri settimanali del figlio e del genitore omologo, con un operatore diverso da quello che incontra la coppia.
Per superare il problema dell'incompatibilità del genitore altro con gli operatori, lo si fa partecipare alla seduta almeno una volta al mese, anche solo per una breve parte, alla seduta di figlio e genitore omologo, con il compito, se possibile, di riprendere alla videocamera l'incontro, da utilizzare dagli stessi genitori per una verifica dei successivi cambiamenti, e per consentire, qualora fosse necessario, agli operatori di vedere se stessi come si pongono.
Gli incontri con figlio e genitore si effettuano quando sono utili, quindi possono essere sospesi definitivamente o sospesi e ripresi alternativamente a seconda delle necessità. Lo scopo degli incontri figlio e genitore omologo è di fare in modo che il figlio possa accedere al suo rapporto d'amore primario e utilizzarlo; non è quindi necessariamente il luogo della verifica dei cambiamenti, ma tutto si muove nella direzione di mostrare al figlio che nessun estraneo può prendere il posto del suo genitore, tanto meno degli insegnanti o dei terapeuti. Per questo motivo gli operatori durante l'incontro si rivolgono sempre ed esclusivamente al genitore. Ogni argomento o proposta passa attraverso il genitore, al figlio non viene rivolta alcuna domanda o attenzione, nemmeno nel caso in cui sia egli stesso a sollecitarla dagli operatori, tanto che risulti ben evidente che il genitore è l'unico insostituibile riferimento per lui, e che nessuno spazio è lasciato a un uso, da parte del figlio, degli operatori come sostituto al genitore.
Per esempio, se il figlio porta in seduta un oggetto, un suo giocattolo per esempio, e, per sollecitarne un commento, richiama l'attenzione dell'operatore, questi non raccoglie mai l'invito, poiché se lo facesse sarebbe come se tentasse di scavalcare il genitore, di mettersi in mezzo nel rapporto esclusivo fra padre e figlio. Agisce così per non fare il gioco della psicosi, che è quello di interferire, di dividere.
Dato lo stato di malattia del figlio, è infatti evidente che tutte le richieste sono rivolte al genitore, ma dirottate dal figlio medesimo sugli operatori per i noti problemi illustrati sopra.
Poiché gli incontri con gli operatori hanno il compito di dare una lettura della realtà nel suo complesso, e non di come la vede il soggetto disturbato, è loro compito condursi in modo da mantenere continuamente l'attenzione sul rapporto primario tra figlio e genitore, in quanto fulcro di tutto l'equilibrio della situazione. Tale modalità viene mantenuta anche quando, per una parte della seduta, si dovesse fare sostegno scolastico: di nuovo il genitore gestisce direttamente la situazione decidendo cosa fare e come farlo: come si vede l'accento viene ancora posto più che su quello che si fa, sul come lo si fa.
3. Se la situazione a scuola è interferente nel rapporto primario, si valuta con i genitori l'opportunità di tenere a casa il figlio una o più giornate alla settimana, se non addirittura tutto l'anno.
Gli incontri con gli operatori rimangono, in entrambi i casi, quindicinali per la coppia e occasionali (a cadenza settimanale quando servono) con figlio e genitore.
Per l'attività scolastica si fa in modo che il figlio sia seguito dalla famiglia. Ove questo non fosse possibile si provvede con l'invio di operatori specializzati che assistano a domicilio il figlio nelle ore in cui necessita di essere seguito. L'intervento di operatori con il figlio, assente il genitore, sono tuttavia soluzioni da considerare di emergenza e quindi di transizione finché si riesce a stabilire la modalità più efficace; comunque anche questi interventi devono osservare la priorità del rapporto del figlio con il genitore.

  • L'ADEGUAMENTO SISTEMATICO DEL TRATTAMENTO AI CAMBIAMENTI

La validità dell'impostazione del trattamento deve essere confermata da cambiamenti continui e significativi a partire dalle primissime settimane, se non dai primi giorni stessi. I cambiamenti che si presentano nella situazione di psicosi sono significativi quando indicano una messa in movimento delle emozioni. I primi cambiamenti osservabili generalmente mostrano una evidente sfaldatura della estrema rigidità dei comportamenti, in particolare riguardanti:
a. il tempo: subentra una maggiore consapevolezza del trascorrere del tempo, cui deve tuttavia fare riscontro anche la flessibilità degli orari (se prima dichiarava di non sapere che ora, che giorno, che mese, che anno fosse, incomincia a orientarsi nel calendario e nelle ore del giorno; se prima faceva le cose secondo orari sempre uguali, ora diventa più possibilista);
b. lo spazio: accetta senza drammi che si invada il suo "spazio vitale" (stanza, sedia, tavolo) e si orienta correttamente negli spostamenti fuori casa;
c. l'abbigliamento: diventa disponibile a sostituire gli abiti e la biancheria quando necessario; si veste in coerenza con la temperatura e la meteorologia;
d. l'alimentazione: diventa più ricca e variata; gli alimenti sono scelti con maggiore cura; impara, dove necessario, a prepararsi il cibo da sè;
e. il sonno: si passa dall'insonnia, dal sonno agitato da incubi e da frequenti risvegli a un riposo più tranquillo con rari momenti di difficoltà.
f. l'apprendimento: aumentano i tempi di applicazione, la capacità di concentrarsi, la memoria; a scuola segue le lezioni con profitto, cessando dal disturbare i compagni; fa i compiti e studia da solo.
g. le manifestazioni emotive: piange e ride di più e più facilmente; si accentuano nello stesso tempo manifestazioni fino a quel momento ritenute negative, ma che ora i genitori sono informati essere al contrario una via di transito al recupero complessivo della propria emotività, come balbuzie, tic, spasmi muscolari, parlare da solo, usare frasi stereotipate apparentemente prive di senso, provocare con parole o gesti i genitori, minacciare la fuga ovvero rivendicare la libertà di fare "ciò che gli aggrada" (si tratta dei momenti in cui allenta la censura sull'emotività, e durante i quali cerca un comportamento adeguato alla nuova situazione: poiché non ha esperienza alcuna, prova a utilizzare, esagerandoli, i comportamenti abituali precedenti);
h. depressione: a fronte di uno stato pressocché costante di tensione contenuta, si passa a crisi di tipo depressivo, con tristezza, lamentosità, molto sonno; la depressione non è una malattia, ma uno stato fisiologico che prepara al cambiamento. Di qui gli episodi dapprima prolungati e fonte di preoccupazione, durante i quali sembra regredire, e successivamente sempre più brevi e più frequenti, che accompagnano il processo di guarigione.
Il trattamento pertanto deve adeguarsi tempestivamente ai cambiamenti che sopravvengono. Ogni cambiamento mette allo scoperto problemi e conflitti fino ad allora rimasti in ombra, e che quindi richiedono modalità differenziate di trattamento. Utilissime sono a questo proposito le informazioni che scaturiscono dai vissuti raccolti dagli operatori nella seduta della coppia, come in quella con il genitore omologo. Attualmente utilizziamo due operatori nell'incontro con il genitore omologo, i quali, per superare a loro volta l'incompatibilità in cui verrebbero a trovarsi con chi conduce la seduta di coppia, sono presenti almeno una volta ogni due mesi nella seduta di coppia stessa. Nella seduta con figlio e genitore, uno solo dei due interviene, mentre l'altro annota i vissuti. A questi si aggiungono i vissuti prima e dopo la seduta, e quelli che compaiono nel rapporto fra i due operatori come riproduzione del rapporto tra figlio e genitore.
Analogamente, la presenza dei due alla seduta di coppia è utilizzata per la raccolta dei vissuti.
Gli operatori, con a disposizione i protocolli di seduta, la cronaca dei genitori e i vissuti così raccolti, hanno elementi sufficienti per lo studio dell'evoluzione del caso, per identificare dove si siano affermati i cambiamenti e per preparare gli strumenti adatti ad affrontare i nuovi problemi aperti dai cambiamenti sopravvenuti.

  • PARAMETRI DI RIFERIMENTO PER LA DURATA DEL TRATTAMENTO

Rispetto alla durata del trattamento i fattori che incidono sono:
a. l'esistenza del genitore omologo, che determina l'efficacia del lavoro e permette di abbreviare i tempi, per i motivi che si sono visti sopra;
b. la situazione di partenza del soggetto, se cioè:

  • scolarizzato senza evidenti problemi di rendimento scolastico;
  • scolarizzato con sostegno scolastico e problemi di apprendimento;
  • inserito nella scuola con sostegno ma di scarsa scolarizzazione
  • non scolarizzato, con caratteri autistici, inserito nella scuola con sostegno;
  • portatore di malattie (o di danno organico conseguente a incidente o malattia), con handicap fisico e sostegno scolastico;

c. l'età: più giovane è il soggetto, meno radicata, consolidata è la struttura di sopravvivenza psicotica, e più semplice è l'utilizzo del sentimento e il recupero della memoria emotiva;
d. la consapevolezza dello stato di malattia del figlio da parte dei genitori: quanto è maggiore, tanto più grande è la rapidità con cui si può intervenire;
e. la disponibilità a sostenere l'azione del genitore omologo da parte del contesto familiare e sociale. Fondamentale è la collaborazione fra i coniugi, che in ogni caso andrà comunque quanto meno ripristinata; eventualmente, a ulteriore vantaggio dell'intervento sul nipote, possono essere inseriti nella seduta di coppia, una volta ogni due mesi, se viventi, i genitori del medesimo sesso dei due coniugi.
Sulla base di questi elementi è possibile, nell'arco di tre, quattro mesi, prevedere con buona approssimazione la durata del trattamento, tenendo conto che soltanto una prima parte si sviluppa con il supporto degli analisti, mentre, una volta effettuato il giro di boa (quando cioè i genitori hanno acquisito sufficiente esperienza), esso è condotto felicemente in porto dai genitori medesimi, eventualmente con qualche raro incontro di verifica con gli operatori specialisti.

FONTE: Relazione di Maria Casiraghi e Giovanni Ponzoni
ricercatori presso il CIRSOPE, Centro Italiano di Ricerca Scientifica, Operativa nella Psicanaslisi e nell'Educazione, di Milano.
2007

TESTIMONIANZA DI UNA SCOLARA AUTISTICA:
I buoni maestri mi hanno aiutata a raggiungere il successo: se sono stata in grado di vincere l’autismo, lo devo alla presenza di buoni maestri. All’età di 2 anni e mezzo sono stata iscritta ad un asilo strutturato, con maestri esperti, dove fin da piccola mi sono state insegnate le buone maniere ed a comportarmi bene a tavola...Segue...



Descrizione dell'Autismo dal National Institute of Mental Health


Isolati in un mondo tutto loro, gli individui con autismo paiono indifferenti e distanti, incapaci di stabilire legami con gli altri. Le persone con questo sconcertante disordine cerebrale, possono sì, mostrare un'ampia gamma di sintomi e menomazioni, ma, spesso, non sono in grado di capire i pensieri, le emozioni e i bisogni degli altri.
Il linguaggio e l'intelligenza non si sviluppano, nella maggior parte dei casi, pienamente, rendendo difficili la comunicazione e le relazioni sociali. Molte persone autistiche si impegnano in attività ripetitive, come il dondolarsi o il battere le mani, o nel seguire rigidamente modelli a loro famigliari nelle routines quotidiane. Alcuni sono dolorosamente sensibili al suono, al tocco, alla vista o all'odore.

I bambini autistici non seguono davvero i modelli tipici dello sviluppo infantile, in alcuni di loro cenni di problemi futuri possono apparire fin dalla nascita, mentre in molti casi i problemi diventano invece più evidenti quando il bambino inizia a "rimanere indietro" rispetto agli altri bambini della stessa età.
Altri bambini iniziano il loro sviluppo piuttosto bene. Ma, fra i 18 ed i 36 mesi, improvvisamente rifiutano le persone, si comportano stranamente e perdono il linguaggio e le abilità sociali che avevano già acquisito.

Come genitore, insegnante, persona che si occupa di loro, forse puoi conoscere la frustrazione del provare a comunicare e a stabilire un collegamento con i bambini o gli adulti autistici. Puoi forse sentirti ignorato quando loro si impegnano ininterrottamente in comportamenti ripetitivi. Puoi forse disperarti di fronte ai modi bizzarri con cui esprimono i loro bisogni più interiori. E puoi forse affliggerti per le speranze e i sogni che hai per loro e che forse non si materializzeranno mai.

Ma c'è aiuto e speranza. Sono passati i tempi in cui le persone con autismo erano isolate, mandate lontano, in istituti. Oggi molti giovani possono essere aiutati ad andare a scuola con gli altri bambini. Sono disponibili metodi per migliorare le loro abilità sociali, linguistiche e scolastiche. Anche se più del 60% degli adulti autistici continua ad aver bisogno di cure per tutta la vita,
alcuni programmi hanno iniziato a dimostrare che con un supporto appropriato, molte persone autistiche possono essere educate a svolgere lavori significativi e partecipare alla vita della comunità.

L'autismo è presente in ogni Stato e in ogni regione del mondo, in famiglie provenienti da tutte le razze, le religioni ed i livelli economici.
I disturbi dello spettro autistico
non sono rari, in quanto prevalenti nella popolazione pediatrica, rispetto al cancro, al diabete, alla spina bifida e alla sindrome di Down. I primi studi epidemiologici notarono la presenza di autismo infantile in 4-5 bambini ogni 10.000 (circa 1 ogni 2.000), mentre in seguito la stima è aumentata a 10-20 bambini ogni 10.000 (1 ogni 500-1.000 persone).

Capire il problema
Paul

Paul è sempre stato ossessionato dall'ordine. Quand'era bambino allineava le costruzioni, raddrizzava le posizioni delle sedie, teneva lo spazzolino da denti sul lavandino sempre nello stesso posto, ed aveva un accesso di collera quando qualcosa veniva spostato. Paul poteva anche diventare aggressivo.
Alcune volte, quando turbato o ansioso, poteva esplodere improvvisamente scagliando l'oggetto più vicino, o rompendo una finestra. Se sopraffatto dal rumore e dalla confusione, si auto-colpiva o si mangiava le unghie fino a farle sanguinare. A scuola, dove il suo programma e il suo ambiente erano attentamente strutturati, aveva un comportamento più normale. Ma a casa, fra la confusione imprevedibile e rumorosa di una grande famiglia, era spesso fuori controllo.
Per i suoi genitori divenne sempre più difficile, a causa di ciò, aver cura di lui e soddisfare anche i bisogni degli altri figli. In quel periodo, più di dieci anni fa, questo disturbo era molto meno conosciuto,ed erano disponibili poche opzioni terapeutiche. Così, all'età di 9 anni, i suoi genitori lo misero in una struttura residenziale dove poteva ricevere attenzioni e vigilanza 24 ore su 24.

Alan
Alan da piccolo era giocoso ed affettuoso. A 6 mesi sapeva già sedersi e gattonare. A 10 mesi iniziava a camminare e a dire qualche parola e a 13 sapeva contare. Un giorno, a 18 mesi, sua madre lo trovò seduto in cucina, solo, che faceva girare ripetutamente le ruote dell'aspirapolvere con una tale persistenza e concentrazione che non le rispose quando lei lo chiamò.
Da quel giorno in poi, lei dice: "Fu come se qualcuno avesse gettato un'ombra su di lui". Alan ha smesso di parlare e di relazionarsi con gli altri. Spesso, corre velocemente attorno a casa come un demone. E' diventato fissato con le luci elettriche, correndo attorno a casa, le accende e le spegne. Se viene fermato, ha un accesso di collera, picchia e scalcia chiunque si trovi alla sua portata.

Janie
Fin dalla nascita, Janie è sembrata diversa dagli altri bambini. All'età in cui la maggioranza dei piccoli ama relazionarsi con la gente ed esplorare l'ambiente circostante, Janie sedeva senza muoversi nella sua culla, e non rispondeva ai sonaglini o agli altri giocattoli. Inoltre non sembrava seguiree neanche le sequenze normali di sviluppo. Si alzò prima di gattonare, e quando iniziò a camminare, lo fece sulla punta dei piedi.
A 30 mesi ancora non parlava. Afferrava invece, le cose o piangeva per ottenere ciò che voleva. Sembrava avere anche un'immensa forza di concentrazione, sedeva per ore guardando un giocattolo che teneva fra le mani.
Quando Janie fu portata in una clinica speciale per essere controllata, trascorse tutto il tempo della visita tirando via i pelucchi di lana dal pullover dello psicologo.

Cos'è l'autismo?
L'autismo è un disturbo cerebrale che influisce tipicamente sull'abilità della persona di
comunicare, di avere relazioni con gli altri, e di rispondere in modo appropriato all'ambiente circostante. Alcune persone con autismo sono relativamente ad alto funzionamento, con eloquio ed intelligenza intatti, mentre altre sono ritardate mentalmente, mute o con gravi ritardi del linguaggio. L'autismo fa sembrare alcune persone, chiuse in se stesse e silenziose, mentre altre sembrano intrappolate in comportamenti ripetitivi e in rigidi modelli di pensiero. Sebbene le persone autistiche non abbiano esattamente gli stessi sintomi e gli stessi deficit, esse tendono a condividere certi problemi sociali, comunicativi, motori e sensori, che hanno influenza prevedibile sul loro comportamento.
Sintomi sociali
In genere i bambini, fin dall'inizio sono esseri sociali. Ben presto nella loro vita, iniziano a guardare le persone, si voltano verso le voci, afferrano teneramente un dito, e sorridono addirittura.

Al contrario, molti bambini autistici sembrano avere enormi difficoltà ad imparare a districarsi nelle interazioni umane quotidiane. Durante i primi mesi della loro vita, possono addirittura non interagire ed evitare lo sguardo diretto. Sembrano preferire l'essere soli. Pongono resistenza alle attenzioni e all'affetto, od accettano passivamente abbracci e coccole. Raramente cercano conforto o rispondono alle manifestazioni di rabbia o all'affetto.
Diversamente dagli altri bambini, solo di rado diventano tristi quando i genitori li lasciano soli come, solo di rado, mostrano piacere quand'essi ritornano. I genitori che non vedono l'ora di provare la gioia delle coccole, dell'insegnare, del giocare con il loro bambino, possono sentirsi a pezzi a causa di questa mancanza di risposte.

I bambini autistici impiegano molto tempo anche ad imparare ad interpretare cosa pensano o provano gli altri. Segnali sociali sottili, come un sorriso, l'occhiolino, una smorfia, possono avere ben poco significato. Per un bambino che non recepisce questi segnali il "vieni qui" significa sempre la stessa cosa, sia che colui che parla stia sorridendo ed allungando le braccia in un abbraccio, sia che lo stia guardando di traverso con i pugni sui fianchi. Senza l'abilità di interpretare la gestualità e le espressioni facciali, il mondo sociale può sembrare assai confuso.

Le persone autistiche hanno problemi nel vedere le cose dalla prospettiva di un'altra persona. In genere i bambini di 5 anni capiscono che gli altri hanno opinioni, sentimenti ed obiettivi diversi rispetto a loro. Un individuo autistico può non comprenderlo mai. Questa mancanza li rende incapaci di predire o di capire le azioni degli altri.

Alcune persone autistiche tendono anche, alle volte, ad essere fisicamente aggressive, rendendo le relazioni sociali ancor più difficili. Alcuni perdono il controllo, particolarmente quando sono in un ambiente strano o che li coinvolge intensamente, o quando sono arrabbiati e frustrati. Alle volte sono capaci di rompere oggetti, di aggredire gli altri o di farsi del male. Alan, ad esempio, può essere preda di rabbia intensa, picchiando e scalciando, quando è frustrato od arrabbiato. Paul, quando e' nervoso o fuori di sé, può rompere una finestra o scagliare oggetti lontano. Altre persone sono autodistruttive, sbattono la testa, si strappano i capelli, si colpiscono le braccia.

Difficoltà linguistiche
All'età di 3 anni, la maggioranza dei bambini, ha già superato molte delle tappe previste lungo la strada dell'acquisizione del linguaggio. Una delle prime fasi è la lallazione. Entro il primo anno, un bimbo "normale", esprime alcune parole, si volta quando viene chiamato, indica quando vuole un giocattolo, e quando gli è offerto qualcosa che non gli piace, rende chiaro che la sua risposta è no. All'età di due anni, molti bambini iniziano a mettere insieme brevi frasi come "guarda il cagnolino" o "ancora biscotti" e sono capaci di seguire indicazioni semplici.
Le ricerche mostrano che circa la metà dei bambini diagnosticati con autismo, rimane muta per tutta la vita. Alcuni bambini che mostrano segni di autismo in un periodo successivo a quello della nascita, emettono suoni e lallano durante i primi sei mesi di vita. Ma smettono ben presto e possono non parlare mai, sebbene possano riuscire a comunicare usando il linguaggio dei segni, o usando apparecchi elettronici speciali. Altri possono essere in ritardo, sviluppando il linguaggio fra i 5 e gli 8 anni.

Quelli che parlano davvero, usano spesso il linguaggio in modo inusuale. Alcuni paiono incapaci di combinare le parole in frasi significanti. Alcuni producono solo parole singole. Altri ripetono la stessa frase, indipendentemente dalla situazione.

Alcuni bambini autistici sono solo capaci di ripetere a pappagallo quello che sentono, una condizione chiamata ecolalia. Senza un'istruzione adeguata, ripetere come una eco le frasi delle altre persone, può essere l'unico linguaggio che potranno mai acquisire. Ciò che ripetono può essere una domanda che gli era appena stata formulata, o una pubblicità televisiva. Oppure, in maniera del tutto inaspettata, un bambino può urlare "Stai sul tuo lato della strada!"- qualcosa che aveva sentito dire da suo padre alcune settimane prima. Anche i bambini non autistici attraversano una fase in cui ripetono quello che sentono, ma essa solitamente finisce attorno ai tre anni di età.

Le persone autistiche hanno anche la tendenza a confondere i pronomi. Hanno problemi ad afferrare il significato di parole che cambiano di significato in relazione a chi sta parlando, come "mio", "io" e "tu". Quando l'insegnante di Alan chiede: "Come mi chiamo?", lui risponde "Il mio nome è Alan".

Alcuni bambini esprimono la stessa frase in una gran varietà di situazioni. Un bambino, per esempio, diceva "Vai in macchina", a casaccio durante il giorno. Superficialmente la sua affermazione può apparire bizzarra, ma c'è forse un modello significativo in ciò che il bambino dice. Potrebbe dire "Vai in macchina" ogni volta che vuole uscire. Nella sua mente ha associato "Vai in macchina" con il lasciare la casa. Un altro bambino, che dice "latte e biscotti" ogni volta che sta bene, ha forse associato la buona sensazione provata mangiando, con le altre cose che lo rendono contento.

Anche capire il linguaggio corporale di una persona autistica può essere ugualmente difficile. La maggioranza di noi sorride quando parla di cose piacevoli, o scrolla le spalle quando non sa rispondere ad una domanda. Ma, per i bambini autistici, le espressioni facciali, i movimenti e la gestualità, raramente si accompagnano a ciò che stanno dicendo. Anche il loro tono di voce non riflette i sentimenti. Sono comuni voci acute, cantilenanti, piatte o simili a quelle di robot.

Senza gestualità significativa o senza il linguaggio per chiedere le cose, le persone autistiche sono in una posizione di inferiorità nel far conoscere agli altri ciò di cui hanno bisogno. Il risultato è che allora possono semplicemente strillare od afferrare ciò che vogliono.
Temple Grandin, una donna autistica eccezionale, che ha scritto due libri sul suo disturbo, ammette: "Non essere in grado di parlare fu sempre una frustrazione totale. Urlare era la sola via che mi permetteva di comunicare". Spesso pensava logicamente: "Adesso inizierò a strillare perché voglio dire a qualcuno che non voglio fare qualcosa". Fino a quando non sono insegnati loro mezzi migliori per esprimere i bisogni, le persone autistiche fanno qualunque cosa siano in grado, per andare verso gli altri.

La storia di Temple Grandin
Temple Grandin, malgrado una vita intera combattuta con l'autismo, conseguì il dottorato in scienze animali. Oggi inventa apparecchi per controllare il bestiame, ed insegna in una delle maggiori università. E' una donna di straordinario talento, ha scritto diversi libri sulle scienze animali, l'autismo e la propria vita.
Già a 6 mesi, Temple aveva molti dei sintomi tipici dell'autismo. Se presa in braccio si irrigidiva e voleva essere rimessa giù. A due anni, era ormai chiaro che lei era ipersensibile al gusto, al suono, all'odore e al tatto. I suoni erano per lei strazianti. Indossare abiti fu una tortura: la sensazione di certe fibre tessili era come carta vetrata che grattava la pelle. Costantemente sottoposta a sensazioni troppo forti, urlava, era preda di rabbia, e tirava oggetti. In altri momenti, scopriva che concentrandosi intensamente ed esclusivamente su un oggetto che teneva in mano, su una mela, una monetina che rotolava, la sabbia che passava fra le sue dita, poteva rifugiarsi in un temporaneo paradiso di ordine e prevedibilità.

Un medico, come era abitudine a quel tempo, consigliò che Temple venisse istituzionalizzata. Sua madre rifiutò e la inserì in un programma terapeutico per bambini con gravi compromissioni qualitative del linguaggio. La classe era piccola e rigidamente strutturata. Quei metodi furono efficaci per Temple, sebbene il programma non fosse indirizzato a trattare l'autismo. A 4 anni iniziò a parlare e a 5 fu capace di frequentare l'asilo. Temple ha attribuito il suo successo a diverse persone-chiave presenti nella sua vita: sua madre, che continuò incessantemente a cercare aiuto, il suo terapeuta, che la tenne lontana dall'annientarsi dentro il suo mondo interiore, e un insegnante di scuola che la aiutò a trasformare il suo interesse per gli animali in una professione nell'ambito della scienza animale.

La comprensione di Temple per i bisogni degli animali, una forte abilità sviluppata nel pensare "a disegni" e la coscienza dei suoi bisogni speciali, la portarono ad inventare apparecchiature che hanno aiutato straordinariamente sia il bestiame che lei stessa. Dopo aver visto un dispositivo usato per calmare gli animali, creò una "macchina comprimente". La macchina fornisce pressione auto-controllata che aiuta Temple a rilassarsi. Ha scoperto che dopo aver usato la macchina comprimente si sente meno aggressiva e meno ipersensibile. Con il suo amore per gli animali e la sua personale sensibilità come guida, ha disegnato anche apparecchiature, usate in tutto il mondo, sia per gli uomini che per facilitare l'allevamento degli animali. Il suo forte inusuale senso visivo le permette di pianificare e creare progetti complessi nella mente. Prima di disegnarne le tracce, può vedere con precisione nuovi e complessi congegni e come i diversi pezzi di questi si uniscono assieme.

La storia di Temple Grandin dimostra in modo potente che l'autismo non deve trattenere le persone dal
realizzare il proprio potenziale.

Comportamenti ed ossessioni ripetitive
Le mosse strane e ripetitive che compiono i bambini autistici, sebbene, di solito, fisicamente normali e con un buon controllo muscolare, li isolano dagli altri bambini. Un bambino può trascorrere ore movendo le dita a scatti o sbattendole, o dondolandosi avanti e indietro. Molti sbattono le braccia o camminano in punta di piedi. Alcuni "si congelano" improvvisamente in una posizione. Gli esperti chiamano questi comportamenti stereotipie o auto-stimolazioni.
Alcune persone autistiche hanno la tendenza a ripetere certe azioni all'infinito. Un bambino può passare ore allineando grissini. O, come Alan, può correre da una stanza all'altra spegnendo ed accendendo le luci.

Alcuni sviluppano fissazioni problematiche con oggetti specifici, che possono portare a comportamenti insalubri o pericolosi. Per esempio, uno può insistere nel portare gli escrementi dal bagno alla classe. Altri comportamenti sono semplicemente sorprendenti, divertenti od imbarazzanti per quelli che sono loro attorno. Una ragazza, ossessionata dagli orologi digitali, afferra le braccia degli estranei per guardare i loro polsi.

Per ragioni sconosciute, le persone autistiche richiedono che il loro ambiente rimanga costante. Molti insistono nel mangiare gli stessi cibi, alla stessa ora, seduti precisamente nella stessa posizione a tavola, ogni giorno. Possono diventare furiosi se un quadro sulla parete è storto, o molto scombussolati se il loro spazzolino è stato mosso, anche se di pochissimo. Un piccolo cambio nella loro routine, come prendere una strada diversa per andare a scuola, può farli stare tremendamente male.

Gli scienziati stanno esplorando tutte le spiegazioni possibili per questo comportamento ripetitivo ed ossessivo. Forse l'ordine e la costanza portano una certa stabilità in un modo di confusione sensoria. Forse i comportamenti stereotipati sono un aiuto per bloccare all'esterno gli stimoli dolorosi. Un'altra teoria ancora, afferma che forse questi comportamenti sono collegati alla disuniforme funzionalità dei sensi. Un bambino che odora ogni cosa nel suo campo visivo, forse sta usando il senso stabile dell'odore per esplorare l'ambiente. O forse è vero l'opposto: sta provando a stimolare un senso che è incerto.

Anche il gioco simbolico è limitato da questi comportamenti ed ossessioni ripetitive. Molti bambini, già a due anni, usano la loro immaginazione per fingere. Creano usi nuovi per un oggetto, magari utilizzano un contenitore come cappello. O fanno finta di essere qualcun altro, come la mamma che prepara la cena per la "famiglia" delle bambole. In modo opposto, i bambini autistici fanno raramente finta. Piuttosto che cullare una bambola o far correre la macchinina, tengono gli oggetti semplicemente in mano, annusandoli o rigirandoli per ore.

Sintomi sensori
Quando le percezioni dei bambini sono accurate, essi possono imparare attraverso le cose che vedono, provano o ascoltano. D'altro canto, se l'informazione sensoria fallisce, o se l'imput proveniente dai diversi sensi non si distingue in maniera coerente, le esperienze del bambino rispetto al mondo sono confuse. Le persone autistiche sembra abbiano uno od entrambi questi problemi. Ci possono essere cioè problemi nei segnali sensoriali che raggiungono il cervello, o nella loro integrazione o, abbastanza probabilmente, sia gli uni che gli altri problemi.
Apparentemente, come risultato di un malfunzionamento cerebrale, molti bambini autistici sono altamente ricettivi, od addirittura dolorosamente sensibili, a certi suoni, a certi tessuti, a certi gusti ed odori. Alcuni bambini trovano la sensazione dei vestiti sulla loro pelle così fastidiosa da essere incapaci di focalizzare la loro attenzione su qualcos'altro. Per altri, un tenero abbraccio può essere opprimente. Alcuni bambini si coprono le orecchie e strillano al rumore dell'aspirapolvere, di un aeroplano lontano, dello squillo del telefono od addirittura del vento. Temple Grandin dice: "Era come avere un aiuto uditivo capace di sentire qualunque cosa, con il controllo del volume fermo sul massimo". Dato che ogni rumore era così forte, scelse spesso di ritirarsi in se stessa e di eliminare i suoni, al punto da sembrare sorda.

Nell'autismo, il cervello sembra anche incapace di bilanciare appropriatamente i sensi. Alcuni bambini autistici sembrano insensibili all'estremo freddo o al dolore, ma hanno reazioni isteriche per cose che non darebbero nessun fastidio agli altri. Un bambino autistico può rompersi un braccio cadendo e non piangere. Un altro bambino può picchiare la testa contro il muro senza fare una grinza. Ma ad un altro puo' bastare un lievissimo tocco per farlo strillare allarmato.

In alcune persone i sensi sembrano addirittura scambiati. Un bambino ride quando tocca certi tessuti. Un uomo autistico sente un suono quando qualcuno gli sfiora un punto del mento. Altri vivono certi suoni come colori.

Abilità inusuali
Alcune persone autistiche mostrano abilità sorprendenti.
Tali abilità, conosciute come islets of intelligence o savant skills, sono comunque rare.
Altri esternano possibilità veramente fuori dall'ordinario. Da piccolissimi, quando gli altri bambini disegnano linee e scarabocchi, alcuni bambini autistici sono capaci di realizzare disegni ricchi di dettagli, realistici e con una prospettiva tridimensionale.
Alcuni sono così dotati di abilità visuali da essere capaci di comporre puzzle complessi. Altri, iniziano a leggere eccezionalmente presto, addirittura prima di quando imparano a parlare. Altri ancora, con uno sviluppatissimo senso del suono, riescono ad usare strumenti musicali che non hanno mai visto prima, possono suonare accuratamente una canzone dopo averla ascoltata una sola volta, o possono dare un nome ad ogni nota che ascoltano.
Come il personaggio interpretato da Dustin Hoffman in Rain Man, alcune persone autistiche possono memorizzare intere trasmissioni televisive, intere pagine dell'elenco telefonico, o tutti i punteggi delle maggiori squadre di baseball ottenuti negli ultimi 20 anni.

FONTE: Descrizione dell'Autismo dal National Institute of Mental Health 2007

ATTENZIONE!!! EVENTUALI DECISIONI CHE DOVESSERO ESSERE PRESE DAI LETTORI, SULLA BASE DEI DATI E DELLE INFORMAZIONI QUI FORNITI SONO ASSUNTE IN PIENA AUTONOMIA DECISIONALE E A LORO RISCHIO. LE INFORMAZIONI QUI RIPORTATE HANNO CARATTERE PURAMENTE DIVULGATIVO E ORIENTATIVO; NON SOSTITUISCONO LA CONSULENZA MEDICA.

L'ASSOCIAZIONE E IL D.S.M | MALATTIE E DISTURBI MENTALI | PSICHIATRIA INFANTILE | MALATTIE RARE ESENTI DA TICKET | ASSOCIAZIONI PER DISABILI | AGEVOLAZIONI PER DISABILI | CAMPAGNE D'INFORMAZIONE | Mappa del sito

Sito Web Aggiornato al 10 mag 2012.

Torna ai contenuti | Torna al menu

Torna ai contenuti | Torna al menu