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CAMPAGNE D'INFORMAZIONE
Associazione Luca Coscioni
L'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica è stata fondata il 20 settembre 2002 da Luca Coscioni, malato di sclerosi laterale amiotrofica e leader politico radicale della campagna per la libertà di ricerca sulle cellule staminali embrionali, per «promuovere la libertà di cura e di ricerca scientifica, l'assistenza personale autogestita e affermare i diritti umani, civili e politici delle persone malate e disabili» (per iscriversi)
Nel 2005 l'Associazione ha promosso la campagna referendaria volta a cancellare la legge 40 che ha imposto divieti sul ricorso alla fecondazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali.
Lo stesso anno, ha promosso il Congresso mondiale per la libertà della scienza, che ha visto convergere sulle sue proposte premi nobel, scienziati, medici e pazienti da tutto il mondo.
L'Associazione è soggetto costituente del Partito radicale transnazionale.
Oltre alla campagna per la libertà di ricerca e la laicità, l'Associazione Luca Coscioni ha condotto e conduce moltre altre battaglie per i diritti dei malati, dei disabili e per una società che garantisca a tutti le cure, la libertà individuale, e condizioni più umane di vita.
Queste le sue principali campagne:
Vita indipendente
Le origini del movimento per la Vita Indipendente risalgono agli anni '60, quando alcuni studenti con disabilità dell'università di Berkeley, alloggiati nell'ospedale del campus universitario, maturarono la decisione di non vivere più in uno spazio separato da quello degli altri. Questa determinazione diede vita a un movimento che oggi è presente in quasi ogni parte del pianeta, si adopera affinché la Vita Indipendente venga riconosciuta come un fondamentale diritto umano e civile, e si batte contro ogni forma di discriminazione delle persone con disabilità. E' per questo che abbiamo voluto lanciare questa battaglia sin dal primo congresso dell'Associazione Luca Coscioni.
In particolare il movimento si batte:
- per consentire la scelta e l'assunzione diretta, da parte dei disabili, delle persone che prestano loro assistenza personale;
- per consentire alle persone con disabilità di scegliere in prima persona gli ausili tecnici ad esse necessari;
- per far sì che le persone con disabilità partecipino attivamente al processo di formazione delle leggi che riguardano la loro condizione.
Libertà di parola
Alcune patologie del sistema neuro-muscolare possono compromettere del tutto la capacità di esprimersi; in questi casi le persone, pur mantenendo intatta la lucidità di pensiero, non possono manifestare la propria volontà né con la voce né con i gesti. Libertà di parola è il progetto volto a restituire loro il diritto di comunicare attraverso la cosiddetta "Comunicazione Aumentativa Alternativa"; si tratta di dispositivi che traducono alcune piccole motilità residue (di un dito, del capo o degli occhi) in una voce artificiale con la quale i malati riescono a comunicare la loro volontà. Questi apparecchi non sono forniti gratuitamente dal Sistema Sanitario Nazionale, poiché il nomenclatore relativo all'assistenza protesica risale agli anni '90 ed è quindi obsoleto: l'Associazione Luca Coscioni chiede che l'elenco sia sostituito da una dizione che rimanga attuale nonostante i progressi tecnologici, o almeno che venga stilato sulla base di una classificazione aggiornata e completa. Un altro importante fronte di iniziativa è quello intrapreso nei confronti delle Regioni.
Libertà di lettura
I portatori di patologie che impediscono l'uso di supporti cartacei sarebbero in grado di consultare qualsiasi testo, attraverso un normale personal computer, se disponessero della versione elettronica (file) del libro. La possibilità di acquistare la versione informatica dei testi, tuttavia, è preclusa dall'atteggiamento dell'AIE (Associazione Italiana Editori), che non consente il commercio dei libri in formato elettronico, poiché ritiene che possa incoraggiare la circolazione illegale di materiale coperto da copyright. Alle persone che non sono in grado di leggere i testi cartacei, quindi, non resta altro che acquistarli e convertirli in file attraverso un lungo lavoro di scansione e correzione.
L'Associazione Luca Coscioni chiede l'eliminazione questa discriminazione, che risulta fortemente penalizzante nello studio, nel lavoro e nella qualità del tempo libero, in contraddizione con l'Art. 3 della Costituzione.
- Il progetto "Libertà di Parola"
- I numeri di una questione sociale
- La diffusione della disabilità
Il diritto di voto dei malati intrasportabili
Ha scritto Piero Welby: «I media, in genere, provano verso il disabile e i suoi problemi un interesse dicotomico o, se volete, schizofrenico. Ci si interessa dei disabili solo se diventano un caso, o per tranquillizzare, o per edificanti spot. Se un disabile cerca, tra mille difficoltà e frustrazioni di conservare integra quella personalità che la genetica, un trauma, o il caso, o una delle tante patologie dai nomi inquietanti stanno lentamente, ma inesorabilmente, disgregando, allora, viene ignorato. Quando si è costretti a vivere, avendo come orizzonte le quattro mura di una stanza, se ci si vuole sentire ancora membri di quell'agorà intessuta di conoscenza, curiosità, partecipazione che è la vita civile, anche quel piccolo gesto, con il quale si esprime la propria volontà, assume un'importanza ed un valore inconcepibile per chi vive la quotidianità della propria autonomia».
Grazie a Piero Welby, che si fece trasportare insieme al suo respiratore artificiale da Emma Bonino e Marco Pannella al seggio elettorale in occasione del referendum sulla fecondazione assistita nel 2005, grazie alle migliaia di firme raccolte dall'Associazione Coscioni, si è finalmente ottenuto il riconoscimento di questo diritto in occasione delle ultime elezioni politiche, pur con molte gravi carenze organizzative prontamente denunciate.
RU-486 e pillola del giorno dopo
La Legge 194/78 riconosce il diritto della donna ad interrompere la gravidanza presso le strutture pubbliche, e prevede una serie di politiche di prevenzione da attuarsi nei consultori familiari. Grazie ad essa la piaga degli aborti clandestini è stata drasticamente ridotta, ma le sue finalità sociali e preventive non sono state completamente perseguite.
L'Associazione Luca Coscioni si batte per rafforzare, anche attraverso una revisione della legge, le garanzie ed il rispetto dei diritti della donna attraverso:
- il miglioramento nella diffusione di informazioni sulle misure di contraccezione;
- l'estensione della possibilità di praticare l'interruzione volontaria di gravidanza alle
strutture sanitarie private;
- il rispetto di
tempi certi da parte delle strutture che debbono assicurare l'intervento;
- la legalizzazione delle tecniche meno invasive già operanti in molti altri paesi europei, come la pillola RU-486.
Eutanasia e testamento biologico
Eutanasia in greco antico significa letteralmente "buona morte": con questo termine si definisce quindi l'intervento medico volto ad abbreviare le sofferenze di un malato terminale. Il progresso della medicina, che ha reso possibile il prolungamento della vita anche in condizioni per molti non accettabili, e il fenomeno dell'eutanasia clandestina, recentemente venuto alla luce anche grazie all'ultimo libro del Prof. Veronesi, impongono con urgenza il tema all'attenzione generale.
L'Associazione Luca Coscioni chiede che venga svolta un'indagine conoscitiva che riveli l'effettiva consistenza del fenomeno legato all'eutanasia clandestina, e che si possa aprire un dibattito pubblico nel quale domandarsi se debba considerarsi vita, e in quanto tale intangibile, quella di chi patisce sofferenze intollerabili, ovvero se l'eutanasia, praticata in un contesto di regole precise, costituisca piuttosto un'espressione di libertà e di dignità dell'individuo.
LA PAROLA AL MEDICO
Ogni giorno tra corsia, pronto soccorso e sala di rianimazione. Ogni giorno in trincea tra la vita e la morte, a combattere la seconda fin dove la scienza ha strumenti per farlo. E adesso, per legge, il Parlamento affida ai medici la responsabilità di applicare o non applicare la Dichiarazione anticipata di trattamento, quel surrogato di testamento biologico che è uscito dal voto del Senato giovedì 26 marzo. Il contrario di quanto accade in Gran Bretagna, dove è allo studio una norma che prevede la radiazione dall'albo del medico che non dovesse rispettare la volontà del paziente.
Invece in Italia i medici - ciascuno con le sue posizioni etiche e morali, le sue convinzioni religiose, il suo rigore deontologico - si trovano investiti del potere di violare la volontà del paziente. "Vogliamo lasciare al medico - ha sottolineato Gaetano Quagliariello, vice presidente dei senatori Pdl - un margine per poter intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche".
Non è chiaro, naturalmente, di quali evidenze scientifiche si possa trattare, né vi è alcuna indicazione dei criteri sulla base dei quali al medico potrebbe essere concesso di protrarre inutilmente l'agonia di un paziente anche contro la sua volontà liberamente espressa e raccolta dal medico di famiglia.
È uno degli aspetti più controversi del testo promosso al Senato, fortemente criticato da due medici illustri, oltre che senatori: Ignazio Marino e Umberto Veronesi. Sarebbe opportuno, però, sapere che cosa ne pensano gli altri, i medici. Quelli che ogni giorno si troveranno ad affrontare il dramma dei pazienti e, magari, a dover decidere se dare o meno seguito alle loro volontà.
di MARCO CATTANEO La Repubblica.it.
E se le terapie salvavita servissero allo stato di diritto?
Un grande costituzionalista nonché uno dei Padri fondatori della nostra Repubblica, Costantino Mortati, sosteneva che tra le principali rivoluzioni operate dalla Carta costituzionale repubblicana vi è l’affermazione del principio personalista ai sensi del quale la persona domina l’intero disegno costituzionale, per cui ‘non è l’uomo in funzione dello Stato, ma quest’ultimo in funzione dell’uomo’. Belle parole che sono state purtroppo fraintese dal nostro attuale Legislatore il quale deve avere capito che la funzione dello Stato è quella di annullare la potestà di autodeterminazione della persona conquistata a prezzo di duri sacrifici e affermata definitivamente solo con la nascita della Repubblica. Il Senato della Repubblica ha infatti appena decretato la fine della persona democraticamente intesa, l’ha privata della capacità di determinarsi e di decidere sulle sue vicende più intime e personali, sostituendosi arbitrariamente ad essa: ora lo Stato decide come nasciamo, viviamo e anche moriamo.
La legge approvata dal Senato rappresenta una barbarie costituzionale e se vivessimo in un Paese civile, dotato di una coscienza civile, dovrebbe dare l’avvio ad una vera rivolta popolare, ma questo non credo accadrà perché in fondo, nel nostro intimo, speriamo tutti che, per quanto pessima, questa legge non ci riguarderà mai, che le disgrazie capitano agli altri e che noi moriremo nel sonno, sereni nel nostro letto e passati i 100 anni, e se proprio avremo un problema lo risolveremo ‘all’italiana’, accordandoci con il medico senza tanti clamori al di fuori e al di sopra della legge. Purtroppo, però, non tutti moriremo sereni nel nostro letto, ma anzi è assai probabile che i progressi della scienza medica comporteranno una sempre più frequente medicalizzazione della morte, e per questo sarebbe saggio reagire contro il provvedimento liberticida votato al Senato. Questa legge, infatti, se verrà definitivamente approvata non testimonierà la vittoria dei valori cristiani sulla blasfemia dei laici, o il prevalere della destra ‘paladina della vita’ sui ‘signori della morte’ di una parte della sinistra. Questa legge semplicemente concretizzerà una sconfitta della democrazia, avremo perso tutti: atei, laici e cattolici, protestanti e buddisti, sostenitori del Popolo delle libertà e radicali integralisti; avremo perso perché nel momento in cui lo Stato decreta che non siamo più in grado di decidere su cose personalissime come la nostra morte allora vuol dire che non siamo più cittadini ma solo sudditi e che tutti i valori e i diritti affermati in secoli di storia semplicemente non esistono più. E se i senatori che l’hanno approvata pensano di avere reso un bel servizio alle alte nomenclature vaticane forse avranno anche ragione, ma certo hanno perso il contatto con la gente, quella vera, quella che sa che il preservativo non è la panacea di tutti i mali ma tiene comunque lontano il virus dell’Aids e che la vita, in certe situazioni drammatiche o estreme, si può ritenere che non meriti di essere vissuta.
Nel merito di quanto approvato, che si auspica venga cancellato dalla Camera dei Deputati, si può osservare che già l’apertura della legge rappresenta un falso ideologico in quanto richiama a sproposito gli articoli 2, 13 e 32 della nostra Costituzione, rispettivamente relativi ai diritti fondamentali e ai doveri inderogabili (art. 2); alla libertà personale (art. 13) e al diritto alla salute (art. 32). Falso perché questi articoli costituiscono proprio il presupposto del principio personalista e della capacità di autodeterminazione della persona, prevedendo il sacrificio della libertà di decisione del singolo rispetto alle cure sanitarie solo ed unicamente in caso di pericolo per la collettività mentre in ogni altra circostanza in cui non entra il bene della collettività, il singolo deve restare libero di scegliere se e come curarsi.
Ancora, a differenza di quanto sostiene l’onorevole Maurizio Gasparri (che forse la Costituzione dovrebbe leggerla con più attenzione prima di rilasciare certe dichiarazioni televisive), non esiste alcuna disposizione costituzionale che riconosca esplicitamente il diritto alla vita, ma l’affermazione di tale concetto è avvenuta attraverso un lungo e articolato percorso interpretativo operato dalla giurisprudenza costituzionale sulla base dell’articolo 2, percorso che pur giungendo ad affermare l’esistenza del diritto alla vita non ne ha però sancito la sacralità.
La legge cita inoltre, decisamente a sproposito, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità approvata a New York nel 2006, che nulla ha a che vedere con i malati al termine della propria esistenza riferendosi invece a persone con handicap che devono poter avere accesso in condizioni di eguaglianza alla vita sociale, politica ed economica di ogni Paese. Per cui, considerando le barriere architettoniche e soprattutto culturali che continuano a caratterizzare la nostra Repubblica, direi che il Parlamento avrebbe dovuto occuparsi di tale Convenzione con ben altri interventi legislativi piuttosto che utilizzarla per suffragare un’interpretazione distorta ai sensi della quale alimentazione e idratazione forzata non costituiscono trattamento sanitario bensì sostegno vitale e come tale non appaiono rifiutabili. Scienza e medicina si sono già pronunciate più volte per smentire tale interpretazione che niente ha di scientifico ma è supportata solo da presunzioni di ordine prettamente morale. Decisamente più interessante sarebbe stato se il nostro Legislatore si fosse invece ricordato della Convenzione per la protezione dei Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazioni della biologia e della medicina, firmata ad Oviedo il 4 Aprile 1997, ratificata dal nostro Paese nel marzo del 2001 (a tutt’oggi ancora mancante dei decreti attuativi), la quale si occupa tra l’altro di consenso informato, di autodeterminazione e di desideri espressi dal malato.
La decisione di porre fine dignitosamente ad una vita che il soggetto interessato non ritiene (o non ha ritenuto quando ancora cosciente) valga la pena di vivere, è una decisione dolorosa e personalissima che non potrà mai contemplare una sostituzione dello Stato alla nostra volontà perché non vi è alcun interesse pubblico da difendere, né alcun pericolo per la collettività e la salute pubblica.
Lo Stato non può nemmeno utilizzare la sopravvenuta incapacità del soggetto disponente per vanificare quanto da lui precedentemente dichiarato, rimettendo le decisioni ai medici o ad altri soggetti: infatti, come avviene per il testamento successorio, l’efficacia del conferimento delle decisioni prese non può venire meno per la sopravvenuta incapacità del soggetto e anzi in vista di questi casi risulta particolarmente significativa l’indicazione di un esecutore che si farà tutore e garante di quanto precedentemente espresso dal soggetto malato; altrimenti si rischierebbe il paradosso giuridico.
Purtroppo gli ultimi accadimenti legati al caso Englaro, anziché condurre il legislatore verso una discussione civile e sensata, hanno provocato preoccupanti forzature del sistema normativo per cui stiamo assistendo al tentativo di snaturare lo stesso significato di valori fondamentali della persona come il diritto alla vita, la dignità dell’uomo, l’habeas corpus e il diritto all’autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze perché si possa giungere ad un attento bilanciamento. Il nostro Parlamento sembra invece intenzionato ad imporre una visione di Stato sulla c.d. intangibilità del corpo e della vita, seguendo indicazioni di ordine prettamente morale e non giuridico.
L’iniziativa legislativa non si preoccupa di celare la volontà di vanificare qualsiasi possibilità di scelta: così si prevede una procedura formale di rilascio delle dichiarazioni anticipate complicata e a scadenza, rimettendo l’onere della raccolta e della sottoscrizione ai medici di base già sufficientemente onerati da compiti e incombenze varie. Tale dichiarazione poi dovrà essere inserita nella cartella clinica del morente, ma non si prevede con che modalità e soprattutto da chi e ancora le condizioni di urgenza vanificano qualsiasi procedura al riguardo. Ma certamente la previsione più grave che rende inutile l’intero provvedimento è la piena discrezionalità lasciata al medico, il quale prende in considerazione le dichiarazioni anticipate e poi sostanzialmente decide come vuole, diventando l’unico conoscitore del “bene vero per il paziente”, mentre le dichiarazioni anticipate assumono un valore meramente “orientativo”. Ma qual è il principio giuridico sotteso a questa onnipotenza medica? Se ciò che preoccupava il nostro Legislatore era la coscienza dei sanitari, allora bastava ricordarsi che nel nostro Paese esiste l’obiezione di coscienza (anche troppo utilizzata) per cui il medico dissenziente avrebbe potuto invocarla in ogni caso in cui i suoi convincimenti etici e morali non gli permettessero di dare corso alle volontà espresse dal morente. Nella legge approvata, anziché affermarsi questo elementare principio, si sceglie che in caso di conflitto tra autodeterminazione del singolo e concezioni personali del medico siano queste ultime a prevalere anche se ciò può tradursi in una agonia senza fine. Insomma ciò che appare come un bene indisponibile non è tanto la vita quanto la morte stessa e ci si domanda dove è finito lo Stato in funzione dell’uomo che richiamavano i nostri Costituenti.
Così, mentre molti Paesi europei si sono già indirizzati verso il riconoscimento giuridico di una morte dignitosa conferendo legalità a quelle pratiche da sempre attuate nel silenzio delle strutture sanitarie (come avviene in Italia), l’Italia si avvia verso l’adozione di una legge ‘confessionale’ che abiura la sua tradizione giuridica e gli impegni internazionali assunti. Oltre a vanificare l’interpretazione fornita dalla magistratura nei singoli casi concreti a tutt’oggi verificatisi, lo scopo principale è quello di imporre una morale statalista a tutti i consociati che non sono considerati in grado di decidere rispetto alla fine della propria vita.
Il Legislatore, invece, dovrebbe muoversi in tutt’altra direzione, rendendo illegittimo qualsiasi artifizio volto a mantenere in vita un soggetto il quale desidera o ha manifestato in passato, pur con le limitazioni fisiche che lo affliggono, la chiara volontà di rifiutare ogni accanimento terapeutico, che può identificarsi anche con l’idratazione e la nutrizione artificiale. Se così non sarà, saremo tutti in pericolo e ad avere bisogno di terapie salvavita sarà proprio la nostra Repubblica.
FONTE: Francesca Rescigno.
E' professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l' Università di Bologna. Autrice di diverse monografie sui temi del bicameralismo italiano, dell'attuazione del nostro regionalismo e dei diritti e della loro possibile estensione oltre i confini della specie umana, si occupa anche di pari opportunità e del ruolo delle donne nelle istituzioni politiche. Ha collaborato per alcuni anni con il Max Planck Institut für ausländisches öffentliches Recht und Völkerrecht di Heidelberg per una ricerca sul finanziamento della politica
Fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle Scienze
Il Testamento Biologico: TERZO volume
"NESSUNO DEVE SCEGLIERE PER NOI - La Proposta del Testamento Biologico"
di Umberto Veronesi, Maurizio De Tilla
A cura di Lucio Militerni
Sperling & Kupfer Editori
Nell'arco della vita, ciascuno di noi può vedersi costretto a decidere della propria salute. Il percorso di esami e trattamenti, secondo una legge non solo giuridica ma anche e soprattutto morale, dovrebbe essere deciso consapevolmente dal paziente. Questo è il "consenso informato": il diritto del malato all'autodeterminazione, una conquista recente e per nulla consolidata nella nostra cultura, sulla base di un'informazione completa e adeguata, fornita dal medico in un dialogo che tenga conto delle conseguenze, dei rischi, delle possibili cure alternative. Un diritto che, richiamandosi a un principio fondamentale di libertà, può esprimersi anche nel rifiuto delle cure da parte del paziente, a preservare non solo l'integrità psicofisica della persona, ma anche la sua emotività e dignità. Questo libro aiuta a comprendere una delle più dibattute tematiche nell'ambito della bioetica, per la quale ancora manca un quadro normativo che armonizzi le problematiche a essa connesse con il mondo dei "valori", le convinzioni etiche, filosofiche, religiose che ciascuno ha sulla vita e la morte.
Il Testamento Biologico: SECONDO volume
"NESSUNO DEVE SCEGLIERE PER NOI - La Proposta del Testamento Biologico"
di Maurizio De Tilla, Lucio Militerni, Umberto Veronesi,
Sperling & Kupfer Editori
Testamento biologico, testamento di vita, direttive anticipate. Di fronte alla capacità, che la medicina possiede, di allontanare il termine naturale della vita, chi fissa il limite degli interventi? Umberto Veronesi e Maurizio de Tilla, autori del nuovo volume sul testamento biologico, sostengono che nessuna autorità può decidere senza tenere conto della volontà del malato. Viene presentato un quadro relativo a: rapporto medico paziente, questioni di ordine etico e religioso, alcuni casi clamorosi e esperienze di altri Paesi.
Il Testamento Biologico
Il volume "Il Testamento Biologico" è disponibile gratuitamente in formato PDF.
Prefazione di Umberto Veronesi - Introduzione di Maurizio de Tilla
Il Modulo per redigere il Testamento Biologico
TESTAMENTO BIOLOGICO: Scarica qui il modulo per redigere il tuo testamento biologico.
Scegliere in modo consapevole come affrontare le incognite del futuro è una forma di libertà.
Fine vita, meglio una o niente legge?
Sulla legge sul Testamento biologico si sta muovendo qualcosa anche nel centrodestra (vedi Il Foglio) e tra l’opinionistica moderata (vedi Galli della Loggia sul Corriere della sera), delineando una nuova area critica nei confronti del testo che arriverà in Aula il 7 marzo. Bene. Al tempo stesso si sta allargando il fronte di chi dice che sia meglio lasciar stare le cose come stanno, piuttosto che avere una pessima legge.
Non so quanto calcolo politico vi sia dietro questa posizione. Si può ipotizzare che se venisse approvata l’attuale proposta di legge della maggioranza, quasi sicuramente sarebbe impugnata dalla Corte Costituzionale, perché lede la libertà individuale, in quanto sottopone la persona a trattamenti che potrebbero non essere desiderati ma
sui quali non si ha la possibilità di esprimere consenso o dissenso. Tra l’altro non si capisce come mai ancora non sia stata riaperta la “pratica” del consenso informato, che attualmente viene firmato prima di ricevere qualsiasi trattamento ospedaliero. Perché il nocciolo della questione sta proprio qui: se considero che idratazione e alimentazione artificiali sono un atto terapeutico e li rifiuto anzitempo, perché devo essere costretto a subirli? La comunità medico-scientifica sa e ha scritto in svariati
documenti che nutrizione e idratazione artificiali – un sondino non ha nulla di naturale – sono interventi medici. Ma il ministro del Lavoro, Sacconi, che e’ stato anche un ignaro ministro della salute pubblica (per poco tempo, per fortuna), insiste nel dire che “non sono terapie”. E pensare che perfino il ministro che non c’e, Bondi, si e’
convinto che va rispettata la volontà di chi firma il testamento biologico.
Meglio un’assenza di legge o una brutta legge? Nel primo caso di sicuro sarebbero più tutelati i cittadini consapevoli. Un esempio? Prendiamo i Testamenti biologici firmati
da migliaia di cittadini nei comuni e nei municipi, spesso in presenza d un notaio. Verrebbero probabilmente riconosciuti come libera espressione della volontà della persona e quindi avrebbero il giusto decorso. D’altronde sulla vicenda di Eluana
Englaro fu la magistratura a riconoscere che lei aveva dichiarato prima il suo no all’accanimento terapeutico.
Una brutta legge, valida per tutti, avrebbe un effetto diverso: perché sarebbe accettata di chi pensa che sia giusto affidarsi sempre e comunque alle mani del medico, ma verrebbe fortemente osteggiata da chi vuol essere libero di scegliere su
come sia più dignitoso vivere e morire. E certo non mancherebbero i ricorsi. A migliaia. Quindi quelli che paventano un intervento continuo dei magistrati e di tribunali, si mettano l’animo in pace: una legge illiberale provocherebbe ancor di più il necessario intervento delle toghe. Al dunque, nessuna legge o una brutta legge sul Testamento biologico?
FONTE: pepe.blogautore.repubblica.it
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