Farmaci neurolettici o antipsicotici: a cosa servono e quali sono le differenze?

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Le malattie mentali possono essere un problema debilitante per chi ne è afflitto. Sono disturbi gravi e difficili da gestire, che comportano un deterioramento dei rapporti sociali, del fisico e della propria mente. Fortunatamente, grazie ai passi da gigante compiuti dalla medicina, oggi è possibile aiutarsi con una terapia farmacologica per tenere sotto controllo tutta una serie di patologie mentali. Con i farmaci neurolettici infatti, chiamati anche antipsicotici, il paziente è in grado di vivere una vita normale. Ricordiamo che è importante però farsi seguire da uno specialista, e associare alla cura farmacologica anche un percorso di terapia. Ma cosa sono questi farmaci neurolettici e come funzionano? Ecco tutto quello che c’è da sapere.

Cosa sono i farmaci neurolettici, conosciuti come antipsicotici, e a cosa servono

I farmaci neurolettici, comunemente conosciuti anche come antipsicotici, sono un gruppo di medicine appartenenti alla categoria degli psicofarmaci. Usati soprattutto in compresse o capsule e solo a volte tramite iniezione, agiscono su precisi target neurotrasmettitoriali, caratteristica che li rende ideali per curare varie condizioni psicopatologiche. Gli antipsicotici, infatti, si usano per una vasta gamma di malattie mentali, tra cui psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare e nel disturbo depressivo cronico, ma anche depressione delirante, e demenza.

Questi farmaci, infatti, riescono a bloccare gli effetti della dopamina, la sostanza che regola la comunicazione tra le cellule e diverse zone del cervello. Ansia e agitazione si calmano entro poche ore dall’assunzione dell’antipsicotico, ma per avere effetti a lungo termine bisogna attendere circa 2-4 settimane dall’inizio della cura.

Farmaci neurolettici o antipsicotici: quali sono e quando si usano 

All’interno della categoria di farmaci neurolettici esistono due grandi gruppi di medicinali. Il primo è quello dei farmaci di prima generazione, ovvero gli antipsicotici tipici. Sono i primi neurolettici ad essere stati prodotti, agiscono sulla dopamina ma esercitano azioni anche su altri sistemi. Rientrano nel gruppo di antipsicotici di prima generazione clorpromazina, flufenazina, aloperidolo, perfenazina, clotiapina, promazina, trifluperazina e tioridazina.

Il secondo gruppo è quello composto dai farmaci di seconda generazione, conosciuti come antipsicotici atipici e in grado di agire sia sulla dopamina sia sulla serotonina. Grazie a questa particolarità, gli antipsicotici di seconda generazione sono risultati particolarmente efficaci nel controllo delle allucinazioni, in particolare per i pazienti affetto da schizofrenia.

Questi antipsicotici di seconda generazione si usano di più rispetto a quelli di prima, perché sono tollerati meglio dai pazienti, causano raramente disturbi e hanno meno effetti avversi. Rientrano in questo secondo gruppo aripiprazolo, asenapina, brexpiprazolo, cariprazina, clozapina, iloperidone, lurasidone, olanzapina, paliperidone, quetiapina, risperidone e ziprasidone.

Effetti collaterali degli antipsicotici di prima e seconda generazione

Come abbiamo accennato, quando si parla di effetti collaterali è bene fare una distinzione tra i farmaci di prima e di seconda generazione. Gli antipsicotici di prima generazione, infatti, danno molti disturbi collaterali e creano più problemi ai pazienti in cura. Tra i sintomi più comunemente riscontrati troviamo sonnolenza, rigidità muscolare, tremori e discinesia tardiva, ovvero un disturbo del movimento involontario con iperattività. Gli antipsicotici di seconda generazione, invece, hanno effetti collaterali molto minori, soprattutto dal punto di vista muscolare evitando tremori e rigidità.

Per questo si preferisce la prescrizione di questo gruppo di antipsicotici, anche se è stato notato come aumentino il rischio di sindrome metabolica e portino un certo aumento di peso. Che siano di prima o di seconda generazione, gli antipsicotici non sono dei farmaci da assumere con leggerezza. Proprio per questo, l’obiettivo del medico di solito è riuscire a controllare i disturbi della patologia in cura con la più bassa dose possibile di farmaci.